Dialogo intervista di Massimo Cirri.
Il com.te Adalberto Pellegrino, all’epoca dell’incidente del DC 9 I-TIGI (Ustica 27 giugno 1980) era presidente dell’Associazione dei piloti di linea ANPAC.
In tale veste – la sera di quel 27 giugno – ricevette una telefonata anonima da parte di un controllore del centro radar di Ciampino che lo informava sulla scomparsa della traccia del velivolo dagli schermi radar e del fatto che l’equipaggio non dava risposta alle ripetute chiamate radio.
Pellegrino fu così la prima persona – al di fuori delle sale operative – a sapere dell’incidente; cosa che gli consentì di allertare il gruppo investigativo dell’ANPAC – l’AIG coordinato dal com.te Guglielmo Ferretti – che poi partecipò alla fase delle ricerche iniziali e collaborò con i membri piloti (Antonini e Sclerandi) facenti parte della commissione d’inchiesta tecnico-formale presieduta dal direttore Luzzati.
Grazie a quei primissimi riscontri l’ANPAC fu in grado di escludere fra i fattori causali dell’incidente quelli legati all’equipaggio o al sistema di controllo del traffico aereo e ad affermare che l’evento appariva come subitaneo, imprevisto e imprevedibile e quindi connesso a fattori estranei a quelli legati alla condotta del volo o alla manutenzione dell’aeromobile (tesi, quest’ultima, sostenuta inizialmente dal ministro dei trasporti Rino Formica prima di convertirsi alla tesi del missile, rivelatagli – a suo dire – dal col. Rana, presidente del RAI, deceduto nel frattempo).
Episodi e retroscena sono stati ricordati nel corso della trasmissione non-stop di Radio 2 che – dalla mezzanotte alle sei del mattino del 25 giugno scorso – ha accompagnato il trasferimento del relitto del DC 9 Itavia dall’hangar di Pratica di Mare, dove era stato ricomposto, a Bologna per costituire il nucleo di un “monumento alla memoria”.
Nell’intervista rilasciata da Pellegrino – oltre al rammarico per il fatto che all’epoca dell’incidente non ci fosse in Italia un ente investigativo tecnico e indipendente come l’attuale Agenzia per la sicurezza del volo – è stato altresì espresso sconcerto per il mancato sollecito ricupero del relitto, malgrado le ripetute richieste degli investigatori facenti parte della commissione d’inchiesta ministeriale e gli obblighi derivanti all’Italia dall’Annesso 13 dell’ICAO.
Il tardivo ripescaggio del relitto – avvenuto oltre dieci anni dopo la sciagura – ha infatti comportato la perdita di elementi che potevano risultare preziosi per una sollecita indagine ed ha contribuito non poco alla ridda di ipotesi – talune del tutto fantasiose – che si sono succedute sulla causa dell’evento.
Causa che – si ricorda per inciso – non è stata ancora riconosciuta ufficialmente malgrado le numerose perizie eseguite anche da parte di autorevoli esperti internazionali e la poi avvenuta disponibilità di oltre il 90% del relitto abbiano consentito di escludere qualunque ipotesi non riconducibile all’esplosione di un ordigno a bordo del velivolo. Mentre il logorante e, per certi versi umiliante, iter processuale a cui sono stati sottoposti alcuni alti ufficiali dell’Aeronautica Militare, accusati di depistaggio, si è concluso con la loro piena assoluzione soltanto con il processo di appello terminato il 15 dicembre 2005 la cui sentenza è stata depositata il 6 aprile successivo.
Al termine della sua testimonianza il com.te Pellegrino si è augurato che il relitto del DC 9 dell’Itavia – ora a Bologna – non diventi monumento di parte o pretesto per ulteriori polemiche, ma costituisca il simbolo per una partecipazione commossa e un riverente ricordo di tutte le vittime degli incidenti aerei.